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Giulia Iannucci
è assegnista di ricerca presso l’Istituto Italiano di Studi Germanici nell’ambito del progetto scientifico che studia la Philosophische Gruppe Berlin (1927-1932). I suoi interessi scientifici si indirizzano verso l’analisi della letteratura e della cultura tedesca in contatto con istanze storico-sociologiche come la Prima guerra mondiale e la Repubblica di Weimar, in particolare Ernst Jünger e la rivoluzione conservatrice, gli studi di genere, tra mascolinità e studi queer, gli studi urbani in relazione a Berlino e la Neue Rechte.


Servendosi della direttrice culturale ‘spazio urbano’, da indagare al fine di identificare una parziale geografia queer, il presente contributo vuole muoversi nella cultura tedesca weimariana ragionando, e documentando, la specifica interconnessione tra spazio urbano e Queersein all’interno della realtà metropolitana della città di Berlino attraverso l’osservazione dei luoghi simbolici della comunità LGBT+ del tempo.

Lo sguardo qui adottato, tuttavia, combacia in parte con la ampiamente contestata metodologia metronormativa che, contrariamente al più recente queer anti-urbanism[1], ha sempre compreso lo spazio urbano, in contrapposizione a quello rurale, come «humus migliore»[2], se non unico, per quel velocissimo processo di identificazione e sedimentazione delle persone queer durante gli anni Venti. Tale limitazione spaziale, che oggi viene legittimamente dischiusa anche ai luoghi al di fuori della città, non è però da intendere nella sua ‘angustia’. Se è vero, infatti, che le ricerche contemporanee in materia di Queer Urbanism e Geography[3] si muovono verso tutto ciò che è rurale, ciò è proprio possibile sia alla luce di testimonianze dirette e più accessibili da parte di soggetti queer, sia perché, superata la fase primordiale di sviluppo e consolidamento dei conglomerati urbani, la città stessa si è mossa dinamicamente al di fuori di se stessa ‘metropolizzando’ lo spazio esterno[4].

Nell’analizzare la creazione e l’occupazione dello spazio queer, e il suo risultato, è anzitutto necessario capire la divergenza di necessità nella presa di possesso spaziale rispetto a quella ‘tradizionale’, in quanto, come spiegato lucidamente da Judith Halberstam, esse si sviluppano in opposizione alle istituzioni ufficiali, come la famiglia, l’eterosessualità e la riproduzione, seguendo quindi logiche di localizzazione, movimento e identificazione alternative[5]. Contestualmente un nuovo modo di vivere queer prende forma, ossia una «way of life»[6] che diviene in parte minacciosa, perché alternativa a quella egemonica e conseguentemente generante nuove modalità narrative del tempo e dello spazio, e in parte eteronormata, ossia ricalcante lo stile di vita ‘tradizionale’ dell’eterosessualità. La metodologia metronormativa è quindi, in certa misura, obbligata poiché corrispondente a quel dialogo interno, e tipicamente weimariano, tra città e cultura in cui la geografia urbana è strumento necessario di autodefinizione per la comunità queer[7]. Come spiega, anche se criticamente e applicando il discorso alla contemporaneità, Halberstam:

Tali narrazioni raccontano di soggetti non dichiaratisi che fanno coming out all’interno di un ambiente urbano, che a sua volta dovrebbe consentire la piena espressione del sé sessuale in relazione a una comunità di altri soggetti gay/lesbici/queer. La narrazione metronormativa mappa una storia di migrazione sulla narrazione del coming out e, mentre la storia di quest’ultimo tende ad agire come una traiettoria temporale all’interno della quale un periodo di rivelazione segue un lungo periodo di repressione, la storia metronormativa della migrazione dal ‘paese’ alla ‘città’ è una narrazione spaziale in cui il soggetto si muove verso un luogo di tolleranza dopo aver sopportato di vivere in un luogo caratterizzato dal sospetto, dall’oppressione e dalla segretezza. Poiché ogni narrazione porta con sé la stessa struttura, è facile paragonare il viaggio fisico dalla piccola alla grande città con il viaggio psicologico da un’omosessualità nascosta (closet case) a un coming out (out and proud)[8].

Proprio tale corrispondenza tra provincia/omosessualità celata e città/omosessualità dichiarata è visibilmente presente in molti dei resoconti e dei romanzi queer weimariani dove è il materiale narrativo a parlarci di quella trasfigurazione sociale in atto. In questi testi «il rurale agisce come closet per le sessualità urbane»[9]: così per Christopher Isherwood che, una volta a Berlino, non poté non ammettere a se stesso la propria natura sessuale; per Erika Felden, protagonista del romanzo di Maximiliane Ackers, Freundinnen. Ein Roman unter Frauen (Amiche. Un romanzo tra donne, 1924), che solo a Berlino è in grado di prendere coscienza di sé; oppure per Andreas, personaggio principale di Der fromme Tanz (La pia danza, 1926) di Klaus Mann, che abbandona la casa paterna per giungere a Berlino e sentirsi finalmente parte della comunità queer. Tutte queste persone, reali o fittizie, si inseriscono all’interno di una popolatissima geografia urbana che permette loro di (auto)riconoscersi e identificarsi mediante modalità alternative, esternate per esempio attraverso particolari atteggiamenti, uno specifico vestiario e peculiari scelte estetico-stilistiche nel make-up e nell’acconciatura, ma anzitutto coadiuvate dalla presenza di persone percepite come ‘simili’:

Mettere le persone in stretta vicinanza e allentare i legami della comunità e della famiglia è stato fondamentale per creare nuove forme sociali e sessuali […]. Le geografie delle sessualità hanno iniziato analizzando i ghetti gay e le altre aree urbane in cui gli uomini omosessuali rivendicavano territori sotto forma di negozi, bar, club e luoghi in cui vivere […]. Questi studi hanno mostrato l’importanza della vicinanza e del territorio nella definizione di identità collettive e nella rivendicazione del potere politico[10].

Superata la dicotomia contrastiva fra rurale e urbano, o meglio fra città e provincia, d’altronde già ravvisata da Georg Simmel nel saggio del 1903 Die Großstädte und das Geistesleben (Le metropoli e la vita dello spirito), ci si vuole concentrare esclusivamente sulla comprensione dell’occupazione dello spazio metropolitano da parte della comunità queer in quanto vera e propria azione politica, autoaffermativa e quindi altamente rivoluzionaria rispetto al momento storico di riferimento: «la mappatura dei luoghi e delle storie LGBT mostra i modi in cui le geografie e la politica sono intrinsecamente intrecciate, sia criticando che utilizzando le identità come modalità di analisi»[11]. Conseguentemente tale tentativo avverrà attraverso una passeggiata lungo le strade della città di Berlino, soffermandosi principalmente su tre possibili queerborhood (‘quartieri queer’, termine coniato sul più famosogayborhood) della comunità weimariana: si partirà dalla parte nord-orientale del Tiergarten, il grande parco pubblico situato nel centro – solo geografico – della città dove sorgeva l’Institut für Sexualwissenschaft, si proseguirà verso sud-ovest, nello storico queerborhood, presente e passato, di Schöneberg e si concluderà passeggiando verso est, e nello specifico nell’area di Kreuzberg, dove si trovavano i luoghi più nascosti della comunità queer.

1. Tiergarten[12]

Per un puro caso fortuito gli anni con cui storicamente si indica il periodo cosiddetto della Repubblica di Weimar, ossia dal 1919 al 1933, combaciano anche con gli anni di attività dell’Institut für Sexualwissenschaft. Fondato dal medico sessuologo Magnus Hirschfeld e aperto ufficialmente nel luglio 1919 nella parte nord orientale del Tiergarten, l’istituto, che nel 1924 venne dichiarato organismo di utilità pubblica, con il suo posizionamento centrale, tanto storicamente nella Repubblica di Weimar quanto geograficamente nel cuore di Berlino, rappresentò un vero e proprio punto di riferimento e incontro non solo per la comunità queer tutta dell’epoca, che ravvisava in esso la possibilità di rappresentazione identitaria a livello sociale e comunitario, ma anche una vera e propria Sehenswürdigkeit turistica tipicamente berlinese. L’organizzazione, anzitutto promotrice di ricerche mediche, e poi biologiche, psicologiche, psichiatriche, etnologiche e antropologiche, era dotata di una biblioteca specializzata, «sale per conferenze e runioni, aule studio, laboratori, ambulatori e un museo di patologia sessuale e folklore erotico».[13] L’ente fungeva anche da ospedale e da università e offriva servizi gratuiti di supporto sia medico che psicologico. Venivano dati seminari, pubblicate ricerche scientifiche e qui venne girato nel 1919 anche il pionieristico Anders als die Andern (Diverso dagli altri), in cui Hirschfeld stesso, insieme al compagno Karl Giese, prese parte con un cameo di sé stesso accanto a Conrad Veidt[14].

Nel 1918, prima dell’apertura dell’Institut, Hirschfeld aveva già acquisito il palazzo signorile che si trovava all’indirizzo In den Zelten 10, angolo Beethovenstraße 3, originariamente costruito per il famoso violinista Joseph Joachim e conosciuto come Hatzfeldsches Palais. Il medico, che aveva precedentemente vissuto e lavorato nelle vicinanze, prima a In den Zelten 19 e poi al civico 16[15], era pienamente cosciente dell’importanza del quartiere, abitato prevalentemente da famiglie aristocratiche ed economicamente benestanti, e, attraverso questa specifica collocazione dell’istituto, voleva dimostrare tanto il suo personale livello di agiatezza economica quanto l’indipendenza scientifica e geografica della disciplina stessa[16].

La struttura, che fin da subito si rivelò nella sua importanza, necessitò anche di un ulteriore allargamento e, già nel 1922, il civico 9/A venne acquistato e unito. Secondo la descrizione data da Mel Gordon, il complesso, che si trovava presumibilmente dove oggi si trova il Magnus-Hirscfeld-Ufer, tra l’Haus der Kulturen der Welt e il Bundeskanzleramt, era composto da

tre edifici adiacenti all’ex tenuta dei Radzuwill e Hartfeld, per un totale di 65 camere. Nel palazzo centrale […] il seminterrato è suddiviso in uffici, cucine e spazi abitativi. Il piano terra è composto da una sala ricevimento (una stanza è piena di cimeli della regina Luisa e di Napoleone) e da piccole sale riunioni e di attesa. Il primo piano è suddiviso nell’appartamento di Magnus Hirschfeld e il Museo di Sessuologia. L’ultimo piano ospita vari laboratori e uno studio di radiologia. Nel secondo edificio si trovano diversi ambulatori per i pazienti giornalieri e un’ampia sala conferenze. […] Gli archivi e la biblioteca specializzata dell’istituto […] sono in un edificio più piccolo nel cortile[17].

Tuttavia, nell’analisi metronormativa della comunità queer weimariana, la collocazione geografica e culturale dell’istituto di Magnus Hirschfeld risulta ancor più interessante essendo il Tiergarten, da sempre, punto di incontro tra omosessuali e luogo principe della prostituzione omosessuale stessa[18]. La presenza fisica dell’istituto, quindi, portò alla luce non solo l’ufficialità della questione queer, ma anche l’ufficiosità della stessa. Come suggerito da Rainer Herrn, poi, tutte le tematiche correlate al lavoro di Hirschfeld tra 1919 e 1933 vanno collegate alla posizione spaziale dell’istituto all’interno della città (Umgebungsräume), al suo significato storico (Raumtradition), all’utilizzo dell’area da parte di specifici gruppi della popolazione (Raumnutzungen), e all’impressione, funzione e immaginazione degli spazi[19]. Esemplare è, al riguardo, la risposta di Alfred Kerr, noto giornalista e scrittore dell’epoca, alla domanda «Dove si trova Berlino?»: «Dove si trova l’Istituto di Sessuologia di Magnus Hirschfeld a Berlino?»[20].

L’istituto inoltre sollevò un generale interesse a livello internazionale, ricevendo visite anche dall’estero e fungendo, altresì, da stimolo per gli altri paesi in cui l’amore non eterosessuale non veniva ancora preso scientificamente in considerazione[21]. Parimenti esso divenne punto di raccolta della ‘nascente’ comunità queer internazionale, tanto che, quando lo scrittore Christopher Isherwood arrivò a Berlino, per rimanerci due lunghi anni, egli andò a trovare Francis, un conoscente, che viveva proprio a In den Zelten, nei locali adiacenti la struttura di sessuologia: l’amico, invitando il giovane scrittore a fermarsi a pranzo, gli stava contestualmente offrendo la possibilità di entrare da subito in contatto con la vita e le persone dell’istituto stesso. E, sembrerebbe, non a caso, che «in quell’appartamento [vivesse] una sorella del dottor Hirschfeld, che affittava due stanze a Francis. Proprio in quel momento era rimasta libera una terza stanza, che faceva pagare meno cara, poiché era piccola e buia. Alla fine del pranzo, Christopher aveva già deciso di trasferirsi in quella casa»[22]. Ciononostante, al primo contatto con l’Istituto e tutto quello che comportava,

Christopher ridacchiava per l’imbarazzo. Era imbarazzato perché, finalmente, lo avevano condotto faccia a faccia con quelli della sua tribù. Fino ad allora, si era comportato come se quella tribù non fosse mai esistita e come se l’omosessualità fosse stata uno stile di vita privato, scoperto da lui stesso e da alcuni amici. Naturalmente, aveva sempre saputo che ciò non corrispondeva alla verità. Ma ora si vedeva costretto ad ammettere la propria parentela con quei mostruosi membri della tribù e con i loro disgustosi costumi. Tutto ciò non gli piaceva affatto. La sua reazione immediata fu il biasimo verso l’Istituto. Continuava a chiedersi come potessero prendere così sul serio quella robaccia?[23]

Isherwood vive tale scontro/incontro con un senso di disgusto. Egli non è in grado di ammettere ‘se stesso’ a se stesso e di localizzarsi nella città di Berlino, all’interno dell’Institut, a sua volta posto nel Tiergarten, quel parco che era, al contrario, il luogo ufficioso dell’omosessualità. Lo scrittore inglese non poteva più sottrarsi a quello che voleva dire essere omosessuale, a Berlino, in quella Berlino della Repubblica di Weimar ed è infatti all’interno del contesto urbano che è costretto a scendere a patti con la sua natura per entrare definitivamente a far parte non solo della geografia queer berlinese, ma anche di quella internazionale, sancita dalla visione delle fotografie esposte nell’istituto che ritraevano famose coppie di omosessuali: «Wilde e Alfred Douglas, Whitman e Peter Doyle, Ludwig di Bavaria e Kainz, Edward Carpenter e George Merrill»[24].

2. Schöneberg[25]

Nella parte a sud del Tiergarten si sviluppa il quartiere di Schöneberg che, come detto, si impose nella realtà queer berlinese in qualità di queerborhood a partire dall’età guglielmina[26]. La fortuna di tale area urbana, tuttavia, è dovuta anche alla parziale coincidenza topografica con quello che era Berlin West, la Berlino ovest, non più solamente il vecchio centro della città, ma ora anzitutto il luogo del Laster metropolitano – di ogni tipo – con la sua Tauentzienstraße, centro della movida berlinese. Qui c’era l’Eldorado, il club più alla moda, ma non solo:

La Jägerstraße, che ospitava oltre una dozzina di locali notturni, divenne celebre come roccaforte berlinese delle attrazioni proibite. Intorno al 1927, tuttavia, si verificò una battuta d’arresto. L’oscuro edonismo del cabaret erotico poteva ora essere sperimentato in ambienti più comodi e più facilmente accessibili: in eleganti supper club, in sale da ballo private, in alcuni ristoranti pacchiani, nei palazzi di piacere e persino durante una passeggiata serale lungo il Kurfürstendamm[27].

Similmente ne parla Erich Kästner facendo percorrere a Fabian, il protagonista dell’omonimo romanzo del 1931, le strade di quella che viene definita una vera e propria ‘topografia dell’immoralità’ il cui punto di partenza è sulla Geisbergstraße, per poi sentenziare: «All’est c’è la delinquenza, in centro l’imbroglio, al nord la miseria e all’ovest il vizio. E su tutti i quattro punti cardinali regna la decadenza»[28].

A muoversi e autoidentificarsi all’interno della stessa geografia urbana troviamo anche Erika Felden, protagonista del romanzo di successo di Maximiliane Ackers, Freundinnen. Ein Roman unter Frauen. La trama, che vede come protagoniste proprio la diciassettenne Erika Felden e l’attrice, di poco più grande, Ruth Wenk, si sposta da un imprecisata cittadina della provincia tedesca, in cui scoppia la passione tra le due donne, alla metropoli berlinese dove la giovane Eri, ancora sofferente per l’abbondono di Ruth, dopo un arrivo e un’accoglienza piuttosto fredda da parte della città[29], prende piena coscienza di sé all’interno di una determinata comunità in cui ella diviene attrice affermata, donna desiderata, «Bubi – il conquistatore di cuori, il re delle belle donne»[30], «un piccolo Casanova»[31], una delle regine del Ku’damm.

Ora amante di donne sposate col beneplacito dei mariti – «era moderno che una donna ricca avesse un’amica, era buona educazione»[32] –, frequenta i locali di Berlin W.[33] per sole donne, quelli in cui gira la cocaina e «die Muttis mit den Vatis» ballano[34]. Qui la protagonista si sente forse a suo agio, sicuramente al sicuro e mai sola perché, come lei, anche le altre donne condividono lo stesso incerto futuro, lo stesso problematico passato: «al lavoro. Nella vita sociale. In famiglia. Non devi nascondere la tua natura per sentirti degna agli occhi degli altri, non devi nascondere il tuo amore, il volto della tua esistenza – solo perché loro non ti reputano adeguata?»[35]. Il suo è un movimento incessante tra club, bar e locali notturni, nel vertice metropolitano della scena alternativa berlinese, finalmente l’unico possibile habitat in cui abbattere ogni possibile barriera: «io non ho ‘sfumature’ […]. Sono quello che sono»[36]:

Stava in piedi in mezzo al trambusto che la faceva girare vorticosamente nella grande confusione dei club, dei bar e dei locali notturni fino alle bettole più losche. Era inserita in una catena, la catena delle persone che ballano, ridono, amano il vino, e il flusso impetuoso la inseguiva di notte in notte in un’esistenza oniricamente incerta, attraversata da nervi ed elettricità[37].

Secondo la studiosa Ilse Kokula[38], uno dei locali rappresentati nel romanzo potrebbe essere il Toppkeller della Schwerinstraße 13, non lontano da Nollendorfplatz, uno tra i club più famosi e nascosti di Schöneberg, come ci racconta nel 1928 la giornalista Ruth Margarete Roellig nella sua guida cittadina Berlins lesbische Frauen (Donne lesbiche di Berlino):

Partendo dal Potsdamer Platz, si gira a destra nella animata Bülowstraße, poi si svolta alla prima traversa a sinistra e dopo pochi passi si incontra la Schwerinstraße, che si confonde nel buio e che un tempo era una delle strade aperte alla prostituzione regolamentata. L’insegna […], con il numero sinistro, recita ‘Sale da ballo’ e anche i non superstiziosi hanno bisogno di fare una pausa prima di entrare nel buio corridoio, illuminato solo parzialmente da una lanterna giallognola. Alcuni gradini scendono – e poi ci si trova nell’anticamera, dove gli uomini fanno baldoria[39].

Quella descritta è la posizione in cui si trovava il locale, aperto dal 1923 al 1932, conosciuto anche dagli stranieri come luogo in cui «si flirta con il vizio»[40]. Il posto, frequentato maggiormente dalle donne, ma dove gli uomini erano comunque graditi, era talmente affollato il venerdì sera che era quasi impossibile accedervi. Ciononostante, come riportato, il bar rimaneva molto nascosto e richiedeva, per entrare, l’attraversamento di un cortile interno che conduceva a delle scale dalle quali era possibile raggiungere l’entrata, presidiata da buttafuori incaricati di fare una attenta selezione. Zigeunerlotte, la proprietaria del locale, bella e bionda, era l’anima del Toppkeller, conosceva benissimo tutti i suoi clienti – tra i quali i membri del Die Pyramide, uno tra i Damenclub più peculiari del tempo composto maggiormente da Garçonnes che si incontravano di lunedì sera[41] – ed era sempre alla ricerca di nuovi modi per stupire il suo pubblico eterogeneo[42]:

Donne di mondo, donne del palcoscenico, che rappresentano il mondo, e altre con nomi importanti. Si vedono ballerine famose, anche pittrici, donne dei circoli della migliore società, che in quanto ospiti frequentano solo i club, e che qui sono solo di passaggio per poi sgattaiolare via presto. Vengono qui con i loro desideri irrequieti, le loro voglie desiderose di cambiamento. Cercano un’‘amica’, una partner, un giocattolo per i loro sensi capricciosi, una sensazione erotica. Vengono qui perché questo posto è come una borsettina in cui si può trovare ciò che si cerca senza troppa fatica[43].

3. Kreuzberg[44]

Contestualmente si venne a creare una ‘costola’ anche nella parte centro-orientale della città, verso il sud-est di Berlino, dove si impose una nuova, più eccessiva e movimentata vita notturna. Verso oriente, quindi, in un contesto di geografia urbana ‘decentralizzata’, il fermento della scena alternativa berlinese non diminuisce e tutti i quartieri orientali – Friedrichshain, Kreuzberg, Neukölln – rappresentano la comunità queer con più di trenta tra sale da ballo e locali per lesbiche, omosessuali e travestiti[45], offrendo, a differenza del più blasonato Schöneberg, uno spazio alternativo e non normato.

A tal proposito, di nuovo lo scrittore inglese Christopher Isherwood registra proprio una netta suddivisione tra la vita notturna dei locali a est e a ovest della città osservando che tutti i club che si trovavano a Kreuzberg, e in particolare nei pressi del quartiere proletario Hallesches Tor, erano «piccoli e difficili da trovare e, non potendo permettersi di fare pubblicità, venivano frequentati da pochi visitatori di passaggio. Molti omosessuali li ritenevano pericolosi e si sentivano più tranquilli nei bar più esclusivi dei quartieri occidentali, dove si ammettevano solo ragazzi vestiti con cura»[46]. Per altro verso,

nei quartieri occidentali c’erano anche i covi dello pseudovizio, destinati a procurare divertimento ai turisti eterosessuali. Lì, ragazzi sguaiatamente vestiti da donna e ragazze pettinate alla maschietta, col monocolo e in smoking, si divertivano a mettere in scena le baldorie di Sodoma e Gomorra, incutendo orrore negli spettatori e rassicurandoli che quella Berlino era ancora la città più decadente d’Europa[47].

Tale importante osservazione, oltre a segnalare il cambiamento di tono tra Schöneberg e Kreuzberg, conferma anche la dinamicità dei gaybourhood in generale – come teorizzato da Ghaziani[48] – e la necessità molto contemporanea, ma assolutamente aderente al discorso weimariano, di spostarsi verso le aree più periferiche della città: «nel corso del tempo si sono venuti a formare diversi cluster commerciali e abitativi omosessuali. […] Molte più persone LGBT scelgono ora di vivere nelle periferie e nelle città più piccole […]». Ciononostante, «i quartieri queer tradizionali continuano a essere luoghi materiali e simbolici di sicurezza e libertà per i e le giovani LGBT, per le persone trans e gender variant, e per gli altri individui che potrebbero avere difficoltà nella creazione di uno spazio sicuro per sé stessi altrove»[49] – tanto nel presente, quanto nel passato.

Assidui frequentatori dell’est della città, e in particolare del Cosy Corner, anche noto come Zur Hütte, sulla Zossener Straße 7 – tra Mehringdamm e Gneisenaustraße –, furono Wystan Hugh Auden, Christopher Isherwood e John Lehmann. In zona Kottbusser Tor, poi, altro club altrettanto amato dagli inglesi, come pure da Klaus Mann, era lo Skalitzerstraße 7, dal nome della via in cui era localizzato, forse lo stesso immaginato da Mann in Der fromme Tanz:

Tra questi locali Andreas amava più di ogni altro il ‘Piccolo paradiso’. Si trovava al primo piano di un caseggiato elegante: si saliva una scala ricoperta da un tappetto rosso e vi si veniva ricevuti da uno scoppio di giubilo particolarmente sfacciato. Qui c’era ‘Fagiolina di rosa’, già piuttosto avanti con gli anni ma ancora slanciato come un giunco. […] In un angolo sedeva il piccolo Boris, dolce e stordito dalla droga di cui faceva continuamente uso: il tenero volto era stancamente appoggiato alla mano, gli occhi penosamente incupiti dall’interno[50].

Conosciuto tra le persone del luogo anche come Bei Voo-Doo e dal 1930 col nome Zum kleinen Löwen, il locale, aperto nel 1928 dalla ballerina di Travestiekunst Voo-Doo e dal compagno, l’impresario Emil Schimdt[51], divenne meta esclusiva della Szenealternativa berlinese tanto che, arredato in stile far-west e sponsorizzato con il provocatorio motto «Ciò che Montmartre è per Parigi e St. Pauli è per Amburgo, Skalitzerstraße 7 lo è per Berlino»[52], era frequentato da personalità note che qui si recavano o vi si incontravano anche per prendere parte a uno dei memorabili Frühlingsfeste, o ai party con rimandi orientali ed esotici, «notti esotiche con tutto ciò che si può immaginare sotto la voce ‘esotismo’»[53]. Al riguardo, Curt Moreck, pseudonimo dello scrittore Konrad Haemmerling e autore della scandalosa guida cittadina Führer durch das «lasterhafte» Berlin (Guida attraverso la «viziosa» Berlino, 1931), commentava: «Esotismo sembra essere un termine relativo. Ho visto persone che non hanno trovato l’esotico e altre che ne hanno parlato con entusiasmo»[54]. Tra i tavoli, poi, si aggiravano camerieri muscolosi che «indossavano abiti da marinaio o da macellaio. Il menu presentava un’ampia selezione di birre internazionali e riportava i nomi del personale di servizio. Per qualche centesimo in più si potevano toccare i bicipiti o il petto glabro dei corpulenti ragazzi»[55]. Estremamente interessante è pure la testimonianza del romanziere francese Louis-Charles Royer che conferma non solo la dinamicità della scena alternativa weimariana, ma anzitutto la percezione e la presenza a livello transnazionale della stessa:

Allo scoccare della mezzanotte, entro al Zum Kleinen Löwen. Mezzanotte, l’ora in cui i leoni escono a bere. Ci sono molte più persone rispetto alla mia prima, involontaria visita in questo luogo affascinante, ma non si trova nemmeno una donna. Ci sono dodici leoncini, tutti somiglianti ad Alessandro. Giustificano l’insegna del locale. […] Sorseggiano le diverse bevande sotto gli occhi dei loro amanti. Questi amanti non si assomigliano tra loro, ma hanno tutti una cosa in comune: lo stesso sguardo di docilità femminile. Il più grande ha superato i sessant’anni. Il bicchiere trema nella sua mano secca. Il più giovane, in abiti eleganti, è bello come Antinoo[56].

4. Conclusioni

Sebbene molti dei luoghi descritti non esistano più materialmente, la spazialità urbana della città di Berlino però non è andata persa. Più spesso ufficiosamente, più recentemente ufficialmente, la città ha sempre cercato di contribuire alla ricostruzione del proprio proprio passato queer al fine di essere da supporto alla creazione di una parte fondante della memoria collettiva urbana. E se, quindi, per un attimo ripercorriamo velocemente le stesse strade che abbiamo attraversato nelle loro vesti weimariane, scopriamo che adesso, lì, dove c’era l’Institut, lungo il Magnus-Hirschfeld-Ufer sorge il Denkmal für die erste Homosexuelle Emanzipationsbewegung (Monumento per il primo movimento di emancipazione omosessuale, 2017); proseguendo sul lato orientale del parco, rifugio nascosto della comunità queer weimariana, troviamo il Denkmal für die im Nationalsozialismus verfolgten Homosexuellen (Monumento per gli omosessuali perseguitati dal nazionalsocialismo, 2008) e, superato quest’ultimo, piegando leggermente verso ovest, appena giunti nel quartiere di Schöneberg ci rendiamo conto che questo è ancora il queerborhood per eccellenza della città di Berlino con i suoi numerosi bar, club, negozi, alberghi e la presenza, dal 2003, dello Schwules Museum[57]. Infine, la nostra Wanderung termina a est, tra Kreuzberg, passando davanti al locale queer Südblock, praticamente dove un tempo si trovava il Bei Voo-Doo, e Neukölln, dove lo SchwuZ, il primo club queer della Germania, è lì, ancora attivo dal 1977[58] e ancora a rappresentare e ad accogliere la comunità LGBTQA+ contemporanea, proprio come un tempo i locali queer della Repubblica di Weimar.


Figura 1: Mappa di Berlino, 1925
Figura 1: Mappa di Berlino, 1925. I cerchi blu indicano i locali dell’omosessualità maschile, i rossi quelli dell’omosessualità femminile, i verdi quelli del travestitismo, mentre i viola le sale da ballo della comunità queer. La mappa originale è di proprietà del “Verlag Pharus-Plan” – Rolf Bernstengel. Le modifiche relative alla topografia dei locali sono state apportate dall’autrice


Figura 2: Berlino, 1925. Dettaglio Wilmersdorf e SchönebergFigura 2: Berlino, 1925. Dettaglio Wilmersdorf e Schöneberg

1. “Verona-Tanzpalast”, Wilmersdorfer Straße 77
2. “Die Meyer-Stube”, Xantener Straße 3
3. “Likörstube”, Xantener Straße 13
4. “Manuela”, Joachimsthalerstraße 26
5. “Silhouette”, Geisbergstraße 24, angolo Culmbachstraße
6. “Café Domino”, Marburger Straße 13
7. “Monokel-Bar”, Budapester Straße 14 (prima Kurfürstendamm)
8. Senza nome, Courbiérestraße
9. “Kleist-Kasino”, Kleiststraße 15
10. “Mali und Igel”, Lutherstraße 16 (oggi Martin-Luther-Straße), angolo Wormser Straße
11. “Montparnasse” o “Jonny’s Night Club”, Kalckreuthstraße 4
12. “Auluka-Diele”, Augsburgerstraße 72
13. “Eldorado”, Lutherstraße 29/31 (oggi Martin-Luther-Straße)
14. “Freddys Jokey”, Lutherstraße ? (oggi Martin-Luther-Straße)
15. “Verona-Diele”, Kleiststraße 6, angolo Eisenacherstraße
16. “Eldorado”, Motzstraße 24, angolo Kalkreuthstraße
17. “La Garçonne” o “Jolly Joker”, Kalkreuthstraße 11
18. “Nollendorfklause”, Nollendorfstraße 33
19. “Schubert-Saal”, Bülowstraße 104
20. “Café Olala”, Zietenstraße 11 (oggi Werbellinstraße)
21. “Die Hohenzollern-Diele” o “Kaffee Hohenzollern”, Bülowstraße 101
22. “Der Toppkeller”, Schwerinstraße 13
23. “Café Prinzess”, Gleditschstraße 91
24. “DéDé”, Bülowstraße 91
25. “Nationalhof”, Bülowstraße 37
26. “Hollandais”, Bülowstraße 69
27. “Dorian Gray”, Bülowstraße 57


Figura 3: Berlino, 1925. Dettaglio Kreuzberg e FriedrichshainFigura 3: Berlino, 1925. Dettaglio Kreuzberg e Friedrichshain

28. “Teltow Kasino”, Teltower Straße 40 (oggi Obentrautstraße)
29. “Café Bohème”, Puttkamerstraße 9
30. “Blumen-Säle”, Zimmerstraße 78
31. “Mikado”, Puttkamerstraße 15
32. “Rheinischer Hof”, Besselstraße 22
33. “Kleischmanns Festsäle”, Lindenstraße 110
34. “Zur Hütte” o “Cosy Corner”, Zossener Straße 7
35. “Luisen-Kasino” o “Luisen-Stadt-Kasino”, Alte Jakobstraße 64
36. “Central-Festsäle”, Alte Jakobstraße 32
37. “Restaurant Nr. 49”, Alte Jakobstraße 49
38. “Eldorado-Diele”, Alte Jakobstraße 60
39. “Spinne” o “Kabarett Die Spinne” o “Diele zur spinne” o “Kabarett der 3 Spinnen”, Alte Jakobstraße 174
40. “Adonis Diele” o “Süd-West Diele”, Alexandrinenstraße 121 o 128
41. “Alexandrinen-Diele” o “Maxim”, Alexandrinenstraße 1b
42. “Café Bärwald”, Baerwaldstraße 52
43. “Bürger-Casino”, Friedrichsgracht 1
44. “Café Fritz”, Neue Grünstraße ?
45. “Zauberflöte”, Kommandantenstraße 72
46. “Weißbierstube”, Alte Jakobstraße 89
47. “Kolosseum”, Kommandantenstraße 62
48. “Berliner Vereins- und Konzertsäle”, Kommandantenstraße 58/59
49. “Zentral-Diele”, Stallschreiberstraße
50. “City Festsäle”, Dresdener Straße 52/53
51. “Dresdener Garten”, Dresdener Straße 45
52. “Skalitzerstraße 7” o “Bei Voo-Doo” o “Zum kleinen Löwen”, Skalitzer Straße 7
53. “Das Bundesheim” o “Monte-Casino”, Planufer 5
54. “Café Klein”, Oranienstraße 188
55. “Café Kobold”, Holzmarktstraße 3
56. “Café Märcheland”, Lausitzer Platz 12
57. “Löwen-Böhmisch” o “Onkel Karl”, Köpenicker Straße 175
58. “Restaurant Hotel Landsberg”, Breslauer Straße 5 (oggi Am Ostbahnhof)
59. “Kellers Konzert- und Festsäle”, Koppenstraße 29
60. “Memeler Klause”, Memeler Straße 2 (oggi Marchlewskistraße)


Figura 4: Berlino, 1925. Dettaglio Mitte e Prenzlauer BergFigura 4: Berlino, 1925. Dettaglio Mitte e Prenzlauer Berg

61. “Karls-Diele”, Karlstraße 5 (oggi Reinhardtstraße)
62. “Taverne” o “Diele der Damen”, Georgenstraße 30a
63. “Café Nordstern”, Linienstraße ?
64. “Moustache-Diele”, Gormannstraße 2
65. “Habeck”, Tresckowstraße 12 (oggi Knaackstraße)
66. “Residenz-Festsäle”, Landsberger Straße 31 (oggi Mollstraße)
67. “Alexander-Palais”, Landsberger Straße 39 (oggi Mollstraße)
68. “Naschkeller”, Lichtenberger Straße 5
69. “Iltis”, Friedrichsberger Straße 27


Note

[1] Cfr. De-Centering Sexualities Politics and Representations Beyond the Metropolis, ed. by Richard Phillips – David Shuttleton – Diane Watt, Taylor and Francis, Florence 2005 e Scott Herring, Another Country: Queer Anti-Urbanism, NYU Press, New York 2010.

[2] Georg Simmel, Die Großstädte und das Geistesleben (1903), trad. it. di Paolo Jedlowski – Renate Siebert, Le metropoli e la vita dello spirito, a cura di Paolo Jedlowski, Armando Editore, Roma 2012, p. 39.

[3] Cfr. David Bell – Gill Valentine, Mapping Desire. Geographies of Sexualities, Routledge, London 1995.

[4] Cfr. Ernest W. Burgess, The Growth of the City. An Introduction to a Research Project, in The City, ed. by Robert E. Park – Ernest W. Burgess – Roderick D. McKenzie, The University of Chicago Press, Chicago 1925, pp. 47-62 e Antonella Gargano, Progetto metropoli. La Berlino dell’espressionismo, Silvy, Scurelle 2012, pp. 219-221.

[5] Judith Halberstam, In a Queer Time and Place. Transgender Bodies, Subcultural Lives, NYU Press, New York-London  2005, p. 1.

[6] Ibidem.

[7] Pochissimi sono infatti gli studi sulla comunità queer in relazione alla provincia tedesca. Cfr. al riguardo Kirsten Plötz, Einsame Freundinnen? Lesbisches Leben während der zwanziger Jahre in der Provinz, MännerschwarmSkript, Hamburg 1999 e gli studi, in corso, di Mathias Foit, Of Towns and Villages: Non-Metropolitan Queer Urbanisms of Weimar Germany, e Pepe Sánchez-Molero, (Homo-)Sexual pleasure beyond the metropolis: The intimate queering of spaces in Aachen.

[8] Halberstam, In a Queer Time and Place, cit., pp. 36 s. Tuttavia, e in senso contemporaneo, superando il trend narrativo weimariano, e non solo, «in realtà molte persone queer provenienti da paesi piccoli o rurali si trasferiscono in città per necessità, desiderosi di vivere la metropoli per poi tornare alle loro piccole città. Molti raccontano di complicate storie di amore, sesso e comunità nelle loro vite in provincia» (ivi, p. 37), smentendo così la teoria metronormativa. Dove non diversamente specificato la traduzione è di chi scrive.

[9] Ibidem.

[10] Gavin Brown – Kath Browne, An Introduction to the Geographies of Sex and Sexualities, in The Routledge Research Companion to Geographies of Sex and Sexualities, ed. by Kath Browne – Gavin Brown, Routledge, London-New York 2016, pp. 1-10: 6.

[11] Ivi, p. 3.

[12] Per il paragrafo Tiergarten cfr. Giulia Iannucci, La scena alternativa nella Repubblica di Weimar. Una topografia berlinese, Artemide, Roma 2019, pp. 155-156 e pp. 272-276.

[13] Mel Gordon, Sündiges Berlin. Die Zwanziger Jahre: Sex, Rausch, Untergang, Index Verlag, Wittlich 2011, p. 146.

[14] Come raccontato nella pellicola, a causa dell’articolo di legge 175 che vietava rapporti di natura sessuale tra uomini, molti omosessuali venivano appositamente pedinati e ricattati da malviventi in cerca di sbancare il lunario. Cfr. David James Prickett, Defining Identity via Homosexual Spaces: Locating the Male Homosexual in Weimar Berlin, in «Women in German Yearbook», 21 (2005), pp. 134-162.

[15] Ralf Dose, Magnus Hirschfeld. Deutscher – Jude – Weltbürger, Hentrich & Hentrich, Berlin 2005, p. 69.

[16] Rainer Herrn, Outside in – Inside out: Topografie, Architektur und Funktionen des Instituts für Sexualwissenschaft zwischen Wahrnehmungen und Imaginationen, in Metropolenzauber. Sexuelle Moderne und urbaner Wahn, hrsg. v. Gabriele Dietze – Dorothea Dornhof, Böhlau, Köln-Weimar-Wien 2014, pp. 23-56: 29 s.

[17] Gordon, Sündiges Berlin, cit., p. 260.

[18] Cfr. Magnus Hirschfeld, Die Homosexualität des Mannes und des Weibes, Louis Marcus Verlagsbuchhandlung, Berlin 1914; Willy Pröger, Stätten der Berliner Prostitution, Auffenberg Verlagsgesellschaft, Berlin 1930; Martin Lücke, Männlichkeit in Unordnung. Homosexualität und männliche Prostitution in Kaiserreich und Weimarer Republik, Campus Verlag, Frankfurt a.M. 2008.

[19] Herrn, Outside in – Inside out, cit., p. 26.

[20] Ivi, p. 27.

[21] Manfred Baumgardt, Das Institut für Sexualwissenschaft und die Homosexuellenbewegung in der Weimarer Republik, in Eldorado. Homosexuelle Frauen und Männer in Berlin 1850-1950. Geschichte, Alltag und Kultur, hrsg. v. Michael Bollé, Frölich & Kaufmann, Berlin 1984, pp. 31-41: 32.

[22] Christopher Isherwood, Christopher and His Kind (1976), trad. it. di Giancarlo Pavanello, Christopher e il suo mondo, SE, Milano 1989, p. 21.

[23] Ivi, p. 23.

[24] Ibidem.

[25] Per il paragrafo su Schöneberg cfr. Iannucci, La scena alternativa, cit., pp. 200-201 e Ead., La neue lesbische Frau weimariana o sulla narrativizzazione dell’immagine della donna queer, in «Testi e linguaggi», 16 (2022), pp. 43-59: pp. 48-51.

[26] Cfr. Andreas Pretzel, Historische Orte und Schillernde Persönlichkeiten im Schöneberger Regenbogenkiez. Vom Dorian Gray zum Eldorado, MAMEO-Kiezgeschichte, Berlin 2012.

[27] Gordon, Sündiges Berlin, cit., p 59.

[28] Erich Kästner, Fabian. Die Geschichte eines Moralisten (1931), trad. it. di Amina Pandolfi, Fabian. Storia di un moralista, Marsilio, Venezia 2010, p. 100.

[29] «Arrivò a Berlino durante la notte. Una stanza nell’ospizio costava troppo. Le fu assegnata, poiché stava lì immobile e desolata, una gelida e minuscola soffitta senza luce, con un letto senza materasso e una sedia. Ma la pioggia la perseguitava con la sua monotona e beffarda uniformità – tamburellava incessantemente sul piccolo lucernario e di tanto in tanto si avvicinava molto una goccia spessa che sbatteva fastidiosamente sul pavimento, accanto al letto». Maximiliane Ackers, Freundinnen: Ein Roman unter Frauen (1923), ora Peter M. Sporer für ngiyaw eBooks, Vezseny 2007, p. 77.

[30] Ivi, p. 87.

[31] Ivi, p. 96.

[32] Ivi, p. 85.

[33] Secondo quanto riportato da Renate Lackinger (Verlorene Freundinnen: Leben und Werk von Maximiliane Ackers, VDM Verlag Dr. Müller, Saarbrücken 2010, p. 37) Ackers era registrata tra 1922 e 1926 proprio a Berlino W15 sulla Konstanzer Straße 2.

[34] Ackers, Freundinnen, cit., p. 109. Sempre a ovest, scrive Antonella Gargano, «al cabaret Wilde Bühne la città appare nei suoi eccessi e ‘Berlin’ si fa rimare con ‘Kokain’». La Berlino dell’espressionismo, in Atlante della letteratura tedesca, a cura di Francesco Fiorentino – Giovanni Sampaolo, Quodlibet, Macerata 2009, pp. 179-190: 181.

[35] Ackers, Freundinnen, cit., p. 114.

[36] Ivi, p. 103.

[37] Ivi, p. 86.

[38] Ilse Kokula, Freundinnen: Lesbische Frauen in der Weimarer Zeit, in Neue Frauen. Die Zwanziger Jahre, hrsg. v. Kristine von Soden – Maruta Schmidt, Elefanten Press, Berlin 1988, pp. 160-166: 161. Si trattava, invece, del Club der Freundinnen secondo Iris Kannenberg, Das Selbstverständnis von lesbischen Frauen zur Zeit der Weimarer Republik im Spiegel von vier Romanen: Maximiliane Ackers, Grete von Urbanitzky, Christa Winsloe, Emma Zelenka, Diplomarbeit, Freie Universität, Berlin 1989, p. 58.

[39] Ruth Margarete Roellig, Berlins lesbische Frauen, Bruno Gebauer Verlag für Kulturprobleme, Leipzig 1928, pp. 40 s.

[40] Curt Moreck, Führer durch das «lasterhafte» Berlin, Verlag moderner Stadtführer, Leipzig 1931, p. 166.

[41] Gordon, Sündiges Berlin, cit., p. 227.

[42] Cfr. Roellig, Berlins lesbische Frauen, cit., pp. 40-43.

[43] Moreck, Führer durch das «lasterhafte» Berlin, cit., pp. 168 s.

[44] Per il paragrafo su Schöneberg cfr. Iannucci, La scena alternativa, cit., pp. 200-201 e pp. 213-215.

[45] Cfr. Jens Dobler, Von anderen Ufern. Geschichte der Berliner Lesben und Schwulen in Kreuzberg und Friedrichshain, Bruno Gmünder, Berlin 2003.

[46] Isherwood, Christopher e il suo mondo, cit., p. 33.

[47] Ibidem.

[48] Cfr. Amin Ghaziani, There Goes the Gayborhood, Princeton University Press, Princeton (NJ) 2014, pp. 245-259.

[49] Brown – Browne, An Introduction to the Geographies of Sex and Sexualities, cit., p. 7.

[50] Klaus Mann, Der fromme Tanz: Das Abenteuerbuch einer Jugend (1926), trad. it. di Fulvio Ferrari, La pia danza. Avventura di una giovinezza, Gammalibri, Milano 1983, pp. 95-96.

[51] Voo-Doo, il cui nome all’anagrafe era Willi Pape, già dagli anni Dieci paziente di Magnus Hirschfeld (cfr. Magnus Hirschfeld, Die Transvestiten: Eine Untersuchung über den erotischen Verkleidungstrieb, mit umfangreichem kasuistischem und historischem Material, Verlag Alfred Pulvermacher, Berlin 1910, pp. 416-419 e dello stesso autore con Max Tilke, Die Transvestiten: Der erotische Verkleidungstrieb, Verlag Wahrheit Ferdinand Spohr, 1912) era famosa in tutta Europa. Per approfondimenti si rimanda al lavoro di ricerca di Jens Dobler, Der Travestiekünstler Willi Pape alias Voo-Doo, in «Invertito», 6 (2004), pp. 110-121, e Id. You have never seen a dancer like Voo Doo. Das unglaubliche Leben des Willi Pape, vbb Verlag, Berlin 2022.

[52] Dobler, Von anderen Ufern, cit., pp. 160 s.

[53] Moreck, Führer durch das «lasterhafte» Berlin, cit., p. 139.

[54] Ibidem.

[55] Gordon, Sündiges Berlin, cit., p. 94.

[56] Louis-Charles Royer, L’Amour en Allemagne, Les Editions de France, Paris 1930, pp. 83 s., cit. in Dobler, Von anderen Ufern, cit., p. 162.

[57] Dal 1988 al 2013 lo Schwules Museum ha avuto sede a Kreuzberg, Mehringdamm 61.

[58] Ora sulla Rollbergstraße 26, lo SchwuZ è stato ospitato tra 1995 e 2013 negli stessi locali dello Schwules Museum a Kreuzberg.


 

Ultimo aggiornamento 30 Maggio 2024 a cura di Redazione IISG