Viaggi galiziani: Joseph Roth e Alfred Döblin

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Gaia D’Elia
è dottoressa di ricerca in Studi germanici e slavi. Conduce ricerche relative alla percezione spaziale in aree di confine. In particolare, si è occupata della regione Galizia e delle sue rappresentazioni spaziali a partire dai reportage di viaggio di Joseph Roth, scritti nel primo Novecento, ponendoli in relazione a testi successivi, immediatamente prima e dopo la Wende, che trattano della medesima area evocando questioni che continuano a porre attuali interrogativi.


[…] se abbiamo potuto prendere come la più bella allegoria della simulazione, la favola di Borges in cui i cartografi dell’Impero disegnano una carta così dettagliata che finisce per coprire con la massima precisione il territorio (ma il declino dell’Impero la vede sfrangiarsi a poco a poco e cadere in rovina: solo qualche brandello resta ancora reperibile nei deserti […]) – ebbene, per noi questa favola è sorpassata […]. Oggi l’astrazione non è più quella della carta, del doppio, dello specchio o del concetto. La simulazione non è più quella di un territorio, di un’entità referenziale, di una sostanza. Oggi, essa genera attraverso i modelli di un reale senza origine né realtà: iperreale. Il territorio non precede più la carta, né le sopravvive. Ormai è la carta che precede il territorio – PRECESSIONE DEI SIMULACRI – che lo genera; e se si dovesse riprendere la favola, oggi sono piuttosto i brandelli del territorio che imputridiscono lentamente sull’estensione della carta. Qui e là sono vestigia del reale che sussistono, e non della carta, nei deserti che non sono più quelli dell’Impero, ma il nostro. Il deserto del reale stesso[1].

La visione suggerita da Jean Baudrillard attraverso il paradosso di Jorge Luis Borges, che – citando come sua consuetudine un volume inesistente – narra dell’impresa di costruire una carta geografica grande quanto il territorio a cui si riferisce[2], risulta di duplice natura interpretativa. Lo sguardo offerto dal filosofo sulla “carta” che precede il territorio e che a sua volta si fa generatrice e generativa dello stesso, conduce da un lato alla “sopra-vivenza”, nel senso letterale di impressione sovrapposta, e porta, pertanto, alla permanenza di spazi, regioni, territori o luoghi attraverso la concretezza della carta nella memoria; d’altra parte, la ‘carta geografica’ rischia di essere autosufficiente e sostituirsi allo spazio stesso: ciò che sussiste, scrive infatti Borges, sono «vestigia del reale», tracce, impronte spaziali che richiamano alla mente un passato ormai perduto[3].

Cosa succede dunque se un territorio risulta essere presente sulle carte, sulle mappe geografiche senza però costituirsi più a livello politico-formale come tale? O, per meglio dire, che fare quando manca o piuttosto viene a mancare il rapporto di continuità tra la dimensione spaziale esistente e la dimensione temporale mutata? Permangono e sussistono tracce, percorsi e itinerari del reale, verso i quali è possibile far confluire testi di autori che quei luoghi hanno attraversato?

La Galizia, regione storica dell’Europa centro-orientale nel periodo della sua dominazione asburgica, ben si presta a sviluppare questi temi e a ricavarne interessanti spazi di indagine. L’acquisizione e conseguente annessione della Galizia costituì per la monarchia asburgica l’ultimo grande allargamento territoriale: nel 1772 a seguito della prima spartizione della Polonia, quest’ultima e la Podolia orientale infatti entrarono a far parte dell’impero sotto il nome di Königreich Galizien und Lodomerien[4], regno che nel 1787 si ampliò ulteriormente verso oriente attraverso l’annessione della Bucovina[5]. La dominazione asburgica nella regione venne confermata anche durante il Congresso di Vienna e rimase costante fino al termine del primo conflitto mondiale:

Nel XX secolo gli abitanti della Galizia hanno cambiato identità politica più volte nel corso della vita, senza mai nemmeno dover lasciare la loro regione. Nello spazio di una generazione sono stati sudditi dell’imperial-regia monarchia asburgica, della Repubblica dei consigli dell’Ucraina occidentale, della seconda repubblica polacca, dell’Unione Sovietica, del grande impero tedesco e di nuovo dell’Unione Sovietica. […] Dei tempi di confini mutevoli e imperi in frantumi sono rimasti i luoghi. I loro nomi potevano cambiare, ma non la loro posizione nel reticolo delle latitudini e delle longitudini, l’ubicazione sulla riva di un fiume o in pianura. I luoghi sono testimoni affidabili[6].

Per riprendere queste riflessioni dello storico Karl Schlögel sullo spazio galiziano e sull’affidabilità dei ‘suoi’ luoghi, sono proprio questi, quali testimoni non neutri in cui permangono tracce di natura culturale, letteraria, di memoria, che possono e devono essere portati nuovamente al centro della discussione. Tentare di coglierli meglio all’interno di un contesto e in un’ottica che unisca la dimensione spaziale con quella temporale risulta essere decisivo per lo spazio dell’Europa centro-orientale e per il territorio storico galiziano in particolare. Se all’interno della monarchia asburgica questo si costituiva come una unità politico-amministrativa, oggi ne rimangono l’eredità culturale e le immagini mentali individuali e collettive; tale patrimonio culturale ha mostrato una enorme produttività visto che l’eredità intellettuale galiziana ha continuato ad avere un impatto nel corso del Ventesimo secolo e ha stimolato nuovi impulsi e inedite direzioni di ricerca sotto l’influsso dei più recenti studi postcoloniali e di quel filone di ricerca riconducibile al più ampio ambito degli spatial studies e del cosiddetto spatial turn[7].

La Galizia storica è un luogo variegato dal punto di vista confessionale, etnico, linguistico, sociale e politico, teatro dell’intrecciarsi di relazioni e tensioni tra culture che sono rispecchiate all’interno della ‘letteratura galiziana’, intendendo con questa testi in differenti lingue, appartenenti a generi molto distanti, anche nel tempo, riguardanti uno spazio geografico, sociale e finanche culturale, che tuttavia si trovano a essere legati tra loro, come suggerisce Larissa Cybenko, da un punto di vista semantico, tanto da poter parlare di «Galizischer Text»[8]. Nel suo recente Galizischer Text. Mehrdimensionalität in der vielsprachigen gemeinsamen Erzählung eines Raumes, Cybenko indaga in maniera approfondita il “Galizischer Text” intendendo con questo un metatesto che mostra e rivela gli scambievoli e reciproci rapporti tra lo spazio culturale polifonico della provincia storica galiziana, le lingue in essa parlate e i rispettivi testi prodotti. A tale metatesto è lecito far risalire un sistema di segni che è possibile ricostruire evidenziando un’azione di reciproca influenza tra lo spazio culturale Galizia e il suo metatesto di riferimento in cui il primo si richiama e dialoga con il secondo e viceversa. Nel corso dei circa duecento anni in cui si è venuto producendo il “testo Galizia”, si assiste a una incarnazione di diversi paradigmi provenienti dal fundus letterario delle molte lingue che l’autrice analizza e pone a confronto al fine di mettere in luce ed esplorare alcune delle sue componenti significative[9].

Se Cybenko per riferirsi ai testi che hanno avuto e hanno come oggetto la Galizia, tra i quali include anche le narrazioni sorte a partire da essa, scrive di un “testo galiziano”, un’altra studiosa, Magdalena Baran-Szołtys, invece, propone un “Archiv” galiziano come differente modello a cui riferirsi nell’indagine sulle letterature galiziane[10]. La Galizia come archivio funziona nella misura in cui produce una reciprocità d’influenza tra i ‘curatori’ e i ‘fruitori’: i testi raccolti sono in costante dialogo con i loro lettori, ed essi a loro volta, con la loro interpretazione, contribuiscono alla produzione di un inedito inventario diventando parte attiva di tale processo. Il volume, anch’esso di recente pubblicazione, tenta altresì di gettare le basi per un modello teorico che possa valere per «viaggi in spazi storici»[11], a partire proprio dal concetto di archivio:

La tesi principale è che un viaggio che abbia come obiettivo uno spazio storico e lo descrive nella sua dimensione storica si basa su materiali d’archivio e deve fare riferimento ad esso. In questo modo, l’archivio diviene parte del testo, e allo stesso tempo il testo diviene parte dell’archivio[12].

Le differenti posizioni delle studiose non si escludono a vicenda: partendo dal comune presupposto della cultura come “Erzählgemeinschaft”, per utilizzare l’espressione di Wolfgang Müller-Funk, ovvero comunità narrante e narrata, le autrici indagano le differenti e molteplici sfaccettature dei testi prodotti all’interno di uno spazio che sembra costituirsi proprio nel suo essere vicino, accanto e insieme di differenti culture[13].

Gli stravolgimenti, gli scontri e le controversie politico-storiche e sociali che hanno interessato l’area nel corso del diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo secolo[14] sono l’evidenza della sua complessità e suggeriscono e alludono alla diversità delle voci che vi si sono espresse, dai polacchi di confessione romano-cattolica, ai ruteni greco-cattolici, agli ebrei, annoverando con queste solo alcune delle comunità religiose compresenti, senza dimenticare la dimensione linguistica, con russi, parlanti tedesco, austriaci, cechi, armeni, bojken, huzuli e lemken[15]. Grazie a tale diversità, possiamo considerare la Galizia, seguendo Maria Kłańska, una delle prime studiose a occuparsene, come un caso esemplare della società dell’Europa centro-orientale[16]. I diversi gruppi della popolazione galiziana ebbero differenti e specifici interessi nazionali, sociali, culturali e confessionali, che naturalmente diedero origine anche a tensioni e conflitti che, in situazioni limite, si esprimevano sotto forma di aperti antagonismi: nel quotidiano occorreva però trovare un «modus con-vivendi» che permettesse di con-vivere appunto sullo e nello stesso territorio[17]. La polifonia di tale spazio è rispecchiata ancora oggi in molte delle letterature (attualmente) nazionali e non. Attraverso le nuove configurazioni dell’assetto europeo successive sia alla Prima che alla Seconda guerra mondiale e alle massicce migrazioni dall’area avvenute a partire dal diciannovesimo secolo, la Galizia, come ben indica Magdalena Baran-Szołtys, divenne un “fenomeno transnazionale”, «che oggi può essere inteso come una continuazione della Galizia multireligiosa, plurilingue e polietnica»[18]. Le immagini restituite di essa nel corso di quasi duecento anni di dominazione asburgica sono molteplici e riportano anche le contraddizioni insite alla monarchia austro-ungarica.

Il Kronland Galizien venne raffigurato nel corso del tempo in molti dei suoi aspetti: da quelli di carattere maggiormente folclorico a quelli legati alle contingenze storiche dell’area, alle condizioni sociali e, non da ultimo, alle dinamiche presenti sul territorio tra le varie popolazioni. Tra i molteplici autori che ne hanno fatto il centro delle loro narrazioni e della propria opera[19] verranno qui analizzati due scritti risalenti al periodo interbellico del secolo scorso: il reportage di Joseph Roth Reise durch Galizien (Viaggio attraverso la Galizia) del 1924 e il capitolo dedicato alla Galizia contenuto nel libro Reise in Polen (Viaggio in Polonia) di Alfred Döblin pubblicato nel 1925. Il tentativo è quello di restituire un quadro che risulti nel più ampio grado polifonico e polisemico allo scopo di aprire alle plurime sfaccettature che lo spazio galiziano ha offerto e continua ad offrire. All’interno del vasto “Galizischer Text” e del mutevole “Archivio Galizia” risulta interessante soffermarsi su reportage di viaggio, o su testi che in tale forma si dispiegano: ci troviamo di fronte a dei Reisebilder, per prendere in prestito un termine di antica tradizione, in cui gli autori si confrontano seppur con modalità e finalità differenti con il medesimo spazio[20].

Nel novembre del 1924 la «Frankfurter Zeitung» pubblica tre articoli di Joseph Roth[21]. Sono il resoconto del suo viaggio in Galizia, sua terra d’origine. A distanza di quasi dieci anni dal primo allontanamento, a parte un breve ritorno, e a sei dall’esperienza sul fronte galiziano come addetto al servizio stampa militare a Lemberg, l’autore torna nella sua regione d’appartenenza per raccontarla al pubblico ‘occidentale’ del quotidiano. L’arrivo in Galizia è accompagnato da entusiasmo, espresso in una lettera inviata alla cugina Paula Grübel il 15 luglio del 1924: le parole e i disegni stilizzati contenuti nella lettera suggeriscono l’emozione e la felicità per questo nuovo incontro con il suo luogo d’origine[22]. Dalle pagine degli articoli non traspare un senso di appartenenza agli spazi descritti, non verrà dichiarata l’origine ebraica dell’autore e non verrà fatta menzione alla sua infanzia o giovinezza trascorse proprio in Galizia. Si coglie tuttavia una conoscenza e una confidenza con i luoghi[23], esplicitata attraverso il racconto della Guerra, tanto nel primo articolo, quanto nel secondo dedicato alla città di Lemberg, che nel terzo in cui l’occasione è offerta da un corteo funebre composto da «Fragmente» di «gewesen[e] Meschen»; e altresì nel coinvolgimento, velato e delicato, che traspare dalle sue parole. Già il titolo del reportage appone una distanza tra il soggetto scrivente e lo spazio “attraversato”: Reise durch Galizien, come se con la preposizione “attraverso” Roth volesse suggerire tanto un ingresso quanto allo stesso tempo un’uscita e un allontanamento da essa.

Il reportage è frutto della descrizione di un viaggio, dunque di un movimento, di uno spostamento nello spazio e all’interno di esso. Il concetto di cronotopo introdotto da Michail Bachtin appare particolarmente adatto a descrivere e inquadrare il “motivo dell’incontro”, nella sua accezione più o meno metaforica: si tratta qui, come del resto vedremo più avanti con Döblin, di un incontrocon la Galizia. La funzione del percorso, della strada e dell’incontro hanno, secondo la lettura bachtiniana, un significato rilevante per quanto riguarda il disvelamento della molteplicità storico-sociale dell’area all’interno o attraverso la quale il viaggio si compie[24]. In Reise durch Galizien lo stile giornalistico si apre ad altre soluzioni narrative, la topografia reale dei luoghi si unisce alla rappresentazione letteraria e, al contempo, si permea del punto di vista soggettivo dell’autore che attinge a ciò che affiora dalla propria memoria, pur mascherandolo, dando luogo ad un’inedita modalità di percepire, descrivere e intendere lo spazio. Questo si estende così tra l’instersezione di coordinate spaziali e temporali, reminescenze intime e private e stratificazioni narrative.

Un altro importante scrittore che insieme a Joseph Roth fu uno dei primi Berichterstatter a descrivere e attraversare la Galizia storica nel periodo compreso tra le due guerre mondiali fu Alfred Döblin. Nel 1925 vennero pubblicate, in forma di libro, le impressioni del viaggio che egli compì in Polonia: alla Galizia dedicò tre capitoli del volume[25]. Le motivazioni che mossero l’autore a intraprendere tale viaggio furono di duplice natura, da un lato politiche, la necessità di comprendere e visitare il ‘nuovo Stato’ polacco[26], e dall’altro, di natura maggiormente personale, il desiderio di scoprire cosa fosse effettivamente l’Ostjudentum, l’ebraismo orientale[27]. Inoltre, come attentamente scrive Larissa Cybenko[28], in seguito Döblin addusse per il viaggio da lui compiuto anni addietro anche un’altra ragione, di carattere politico:

Nella prima metà degli anni Venti, a Berlino si verificarono episodi analoghi a quelli di un pogrom, […] il nazismo emise il suo primo grido. In quel periodo, i rappresentanti del sionismo berlinese invitarono alcuni uomini di origine ebraica a incontri in cui si discutevano questi episodi, i loro retroscena e anche degli obiettivi del sionismo. Dopo questa discussione, uno di loro venne nel mio appartamento e volle incoraggiarmi ad andare in Palestina, un pensiero che mi era estraneo. Il suggerimento ebbe un effetto differente su di me. Non accettai di andare in Palestina, ma pensai che avrei dovuto informarmi sugli ebrei. Constatai che non conoscevo in realtà gli ebrei. Non potevo chiamare ebrei i miei conoscenti che si definivano tali. Non erano ebrei stando alla loro fede, non erano ebrei come lingua, erano forse i resti di un popolo scomparso, da tempo assorbito nel nuovo ambiente. Così mi sono chiesto e ho chiesto ad altri: dove ci sono gli ebrei? Mi hanno detto: in Polonia. Quindi mi recai in Polonia[29].

In Reise in Polen la Galizia è raffigurata come uno spazio ibrido: avvalendosi di una personale prospettiva, centrale nel testo, Döblin pone l’attenzione sulla sua capacità percettiva di restituire visibilità alle interazioni e ai conflitti, presenti o passati, che riguardavano il territorio da lui attraversato. L’attenzione ricade inoltre sulle condizioni socio-economiche in cui versa lo storico Kronland: a colpirlo particolarmente fu la miseria di Drohobycz, messa in relazione anche alla inedita e delicata situazione politica venutasi a creare a seguito della fine della Prima guerra mondiale riguardante la divisione galiziana. Così egli conclude a proposito della polifonia, dell’ibridismo e degli scontri e conflitti[30] tra i popoli che in essa sono radicati: «Qui, infatti, la terra e i popoli non possono essere spazialmente separati l’uno dall’altro, ma sono spostati l’uno nell’altro»[31].

I testi descrivono, seppur con modalità differenti, un movimento nello spazio e un incontro con esso. Nel reportage di Roth le riflessioni sulla struttura fisico-spaziale della Galizia si danno a partire da atti mnestici che attingono anche alla memoria soggettiva dell’autore, per giungere a riflessioni di carattere più generale restituendo un’immagine simbolica ed emblematica degli spazi. Trovandosi a descrivere una piccola cittadina di provincia l’autore ricorre, come ben suggerisce Cybenko, a ricordi che provengono dal passato ed espande la mappa fisica di questa città in una mappa cognitiva, restituendo un’immagine simbolica della città e della sua società culturalmente ibrida[32]:

Una domenica sera arrivai in una piccola città della Galizia. Aveva una strada principale con case del tutto anonime. In quella città vivono mercanti ebrei, artigiani ruteni e funzionari polacchi. Il marciapiede è sconnesso, la carreggiata una sorta di giogaia. La canalizzazione è insufficiente. Nei vicoletti laterali è stesa ad asciugare la biancheria a righe rosse e a quadretti azzurri. Non avrebbe dovuto esserci qui odore di cipolle, di polvere e di muffa stantia? No! Dalla strada principale di questa città si sviluppava l’indispensabile ‘corso’. Gli abiti della gente erano di un’ovvia, sobria eleganza. Le giovani donne sciamavano come rondini, con una rapida e risoluta grazia. Un allegro mendicante chiedeva l’elemosina con signorile rammarico – lo affliggeva di essere costretto a importunarmi. Si sentiva parlare in russo, polacco, rumeno, tedesco e yiddish[33].

In Döblin, invece, la narrazione è tracciata seguendo un preciso itinerario, un percorso, orientandosi secondo mappe che, nel caso di Lemberg, per esempio, fungono da guida ma sono parimenti riflesso dell’ibridazione culturale e delle tensioni presenti in tale spazio:

[Lemberg] È diventata un centro di popoli. Chiunque cammini per le strade può vederlo. Sulla grande piazza del Ring c’è una strada russa e una degli armeni. Nella bella piazza, al centro della quale si erge un magnifico municipio, mi imbatto tra le antiche case di pregio in quella di un messo veneziano. La città era un luogo di scambio e interscambio tra l’Oriente e l’Occidente. Gli ebrei spagnoli, i sefardim, arrivarono da sud e si insediarono. Poi i coloni tedeschi e altri popoli, seguendo le merci e il profitto. Una chiesa valacca chiude la strada russa. La città conta ancora oggi tre arcivescovi[34].

Molti dei temi e dei motivi trattati nei testi si avvicinano tra loro, seppur siano presenti anche differenze, in primis per quanto riguarda la forma con cui vennero pubblicati gli scritti degli autori, ma in entrambi i casi ci si trova di fronte a rappresentazioni narrative, forme di percezione e modelli di interpretazione particolari dello spazio galiziano. Nel caso di Roth, è possibile distinguere una narrazione che prosegue per opposizioni dimostrando una continuità temporale. É quel che avviene nella comparazione critica tra ciò che appare al suo sguardo con quanto fino a pochi anni prima era parte della monarchia asburgica con la sua unità politico amministrativa[35]; o che si riscontra ancora nella supposta contrapposizione tra centro e periferia che emerge nell’ultimo articolo Die Krüppel. Ein polnisches Invalidenbegräbnis (Gli storpi. Un funerale di invalidi in Polonia) in cui il rapporto tra le parti volutamente salta e anzi, viene suggerita un’inversione. Il funerale dell’invalido di guerra si sarebbe dovuto tenere al centro dell’Europa, scrive Roth, e non «im entlegenen Ostgalizien», lontano dagli occhi di chi invece avrebbe dovuto assistere alla sepoltura: la vena nostalgica con cui si è aperto l’intero reportage si trasforma dunque in chiusura in una accesa polemica con l’esistente: «Purtroppo questo funerale ha avuto luogo a Leopoli, nell’isolata Galizia orientale! Si sarebbe dovuto sotterrare l’invalido nel cuore dell’Europa, a Ginevra per esempio, e invitare diplomatici e generali»[36]. L’opposizione tra campagna e città invece permette all’autore di riferire delle condizioni sociali galiziane. Allargando la prospettiva, Roth giustappone l’Oriente e all’Occidente europeo e riferisce di alcuni dei rapporti storico-culturali che le parti, non senza pregiudizio, intrattengono cercando di sfatare alcuni preconcetti. Il primo articolo, Leute und Gegend (Gente e territorio) si apre infatti così:

Questo paese ha una cattiva reputazione in Europa occidentale. Lo spririto frusto e dozzinale della superbia dei paesi civilizzati lo trascina in una sciocca associazione con parassitismo, immondizia, disonestà. Ma quanto un tempo era appropriata l’osservazione che nell’Europa dell’est ci fosse meno pulizia che in quella occidentale, tanto oggi risulta banale; e chi ancora la usa, non caratterizza tanto la regione che vuole descrivere, quanto piuttosto la sua mancanza di originalità nel farlo[37].

Roth attraverso il reportage, ponendo l’accento su aspetti differenti e forse inaspettati per un lettore europeo occidentale, invita a considerare la Galizia come uno spazio denso di valori umani e culturali genuini.

Se Joseph Roth struttura lo spazio della Galizia in modo empirico, creando dei modelli spaziali che possono essere interpretati semioticamente, come suggerisce ancora Cybenko, in Döblin la narrazione è incentrata sulla percezione dello spazio dalla prospettiva soggettiva dell’autore[38]. Inoltre, se nel reportage rothiano la memoria della Prima guerra mondiale risulta essere particolarmente viva e presente, in Döblin un ruolo importante è rivestito dalla situazione politica a lui attuale e dagli avvenimenti più recenti e viene ripercorsa la storia del rapporto anche conflittuale tra le due più grandi popolazioni presenti sul territorio:

Gli ucraini combattevano contro la Polonia già all’epoca degli austriaci. […] Hanno combattuto invano contro la Polonia per nove mesi alla fine della guerra, poi la Polonia ottenne dalla conferenza di pace il diritto di amministrare in via temporanea il Paese indipendente. In seguito, la popolazione avrebbe dovuto decidere per sé. Questa decisione non venne mai presa. La Conferenza degli ambasciatori si limitò a riconoscere alla Polonia la Galizia orientale nel 1923[39].

Nonostante gli autori si concentrino su differenti conflitti, a partire dalle personali esperienze e coniugandole con le finalità proposte, un luogo, seppur con segno diverso, appare importante per entrambi gli autori: il cimitero. In Roth, come abbiamo visto, si narra di un Leichenzug all’interno di una rappresentazione dai tratti altamente grotteschi nell’ultimo articolo del reportage, richiamandosi alla Grande Guerra; mentre in Döblin, nel capitolo dedicato a Lemberg, il cimitero viene descritto nel giorno di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti. Benché all’ingresso del cimitero si possano vedere anche mendicanti, ciechi e «frammenti di umanità», come scrive Roth, lo spazio dell’esperienza che Döblin crea nel testo è quello di un luogo di pace. Tale spazio è possibile percepirlo con tutti i sensi e vi arde un dolce fuoco sacrificale, «ein sanfter Opferbrandt»[40].

In entrambi gli scritti una ampia parte è dedicata a quella che era stata la capitale del Kronland, Lemberg, città dai molti nomi, che «racchiude le più svariate fisonomie, in una concordia del discorde che è stata oggetto di molte rievocazioni, talora un poco oleografiche ma comunque funzionali a strutturare l’immagine del mosaico culturale dove si dispongono tessere varie, concorrenti, a volte contrastanti»[41]. Lemberg è allo stesso tempo una città gloriosa e decadente di cui molti autori hanno tentato di restituire un’immagine. Roth la descrive così, scrivendo della sua Vielfältigkeit:

In questo senso Leopoli  è un arricchimento dello Stato polacco, che è una macchia di colore nell’europa orientale, laddove si è ancora ben lungi dall’essere variopinti. La città è una macchia multicolore: rosso-bianca, giallo-blu e un po’ giallo-nera. […] Questa è la città die confini annullati[42].

Döblin invece, dopo aver raffigurato la via centrale della città e il panorama di distruzione che gli si apre davanti, propone una analisi dei rapporti tra le popolazioni che animano Lemberg, offrendone una lettura come spazio di interazione e conflitto tra e delle culture. Dove Roth si lascia andare a una dolce utopia in chiave retrospettiva, Döblin suggerisce una lettura differente della coesistenza dei popoli galiziani nel periodo interbellico:

Così i tre popoli convivono a Lemberg: i polacchi, che dominano la città, attenti, vitali, padroni, – gli ebrei, sfaccettati, assorti e diffidenti, o sospettosi, che resistono, vivaci, che si animano, – gli ucraini, invisibili, silenziosi qua e là, riservati, irascibili, pericolosi, in lutto, circondati dalla tensione di cospiratori e agitatori [43].

E conclude, a differenza di Roth, attraverso le parole di un «vecchio conte raffinato, governatore nella Polonia austriaca»[44]: «l’idea degli “Stati Uniti d’Europa” appare utopistica […]»[45].

Attraverso le narrazioni, attraverso la memoria è possibile cartografare l’immaginario poetico, tracciare degli itinerari di uno spazio non più esistente sulle mappe, un luogo che possiede tuttavia una referenza reale, più che mai attuale, e in cui il mezzo linguistico letterario si fa agente e produttore della realtà circostante. Se in Roth la Galizia si mostra come spazio ibrido, in cui la memoria della Prima guerra mondiale e la conseguente caduta dello stato multietnico asburgico giocano un ruolo significativo, in Döblin, pur non indifferente all’ibridazione culturale di quello spazio, al centro dell’attenzione viene posta la percezione di una dimensione di interazione e conflitto. Tale procedimento permette all’autore di disegnare una propria mental map della Galizia, riflesso della storia galiziana e del suo presente.

Le descrizioni di viaggio e le impressioni che emergono all’interno di questi due reportage, in questa sede adottati come esempio, servono da base e slancio per porre l’attenzione su alcune questioni che riguardano le  cesure storiche e le intersezioni che appartengono a questioni percettive spaziali e temporali. È anche a partire da questi testi, colti in un certo senso quali documenti, che si può iniziare a riflettere sull’Europa centro-orientale, la Mitteleuropa, quello spazio, definito da Jaques Le Rider, a «geometria variabile»[46], in cui la difficoltà di «fornir[ne] una chiara definizione geografica […] dimostra che il suo fascino risiede proprio nell’aspetto provocatorio, ovvero nell’invito, rivolto alla geografia tradizionale a formulare un’identità puramente culturale, scevra da vincoli geografici»[47]. Di questa area dell’Europa la Galizia è una delle innumerevoli espressioni ma, probabilmente, una delle più ricche di tracce letterarie, culturali e umane.


Note

[1] Jean Baudrillard, La précession des simulacres (1978), trad. it. di Matteo G. Brega, La precessione dei simulacri, in Jean Baudrillard, Simulacri e impostura. Bestie, Beaubourg, apparenze e altri oggetti, Cappelli, Bologna 1980, pp. 45-95: 45.

[2] «In quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all’Inclemenze del Sole e degl’Inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacerate Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non c’è altra reliquia delle Discipline Geografiche (Suárez Miranda, Viajes de varones prudentes, libro IV, cap. XIV, Lérida, 1658)»Il noto paradosso di Jorge Luis Borges relativo alla Mappa dell’Impero è contenuto nel frammento Del rigore nella scienza, l’ultimo di Storia universale dell’infamia (Il Saggiatore, Milano 1961). Oggi il frammento è contenuto in L’artefice (Jorge Luis Borges, Opere, vol. I, Mondadori, Milano 1984, p. 1253).

[3] Le mappe svolgono un ruolo fondante e fondativo all’interno della riflessione sulla questione delle identità nazionali. Cfr. Christian Jacob, L’empire des cartes: Approche théorique de la cartographie à travers l’histoire, Albin Michel, Paris 1992; Benedict Anderson, Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism (1983), trad. it. di Marco Vignale, Comunità immaginate. Origine e diffusione dei nazionalismi, Manifesto libri, Roma 1996; Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2009; Jeremy W. Crampton, Mapping: A Critical Introduction to Cartography and GIS, Wiley-Blackwell, Hoboken (NJ) 2010; per quanto riguarda invece le mappe e la costruzione “dell’Europa” si veda Mario Neve, Il disegno dell’Europa. Costruzioni cartografiche dell’identità europea, Mimesis, Milano 2016.

[4] Il nome si deve alla forma latinizzata dell’antico principato di Galič e Vladimir, che nel corso del Quattordicesimo secolo divenne dominio dell’Unione prima e della Confederazione Polacco-Lituana poi (cfr. Massimo Libardi – Fernando Orlandi, Mitteleuropa. Mito, letteratura e filosofia, Silvy Edizioni, Scurelle 2011, p. 112). La pretesa da parte dell’Impero asburgico nei confronti di tale territorio, appartenente alla Confederazione, venne costruita e legittimata da un punto di vista legale da un richiamo all’antica appartenenza, risalente al Tredicesimo secolo, del territorio galiziano al regno di Ungheria (Cfr. Christoph Augustynowicz, Geschichte Ostmitteleuropas, Braumüller, Wien 2010, p. 67.)

[5] Cfr. Thomas Wünsch, Galizien, in «Roth. Studienhandbuch», 1 (2009), pp. 169-172.

[6] Karl Schlögel, Im Raume lesen wir die Zeit. Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik (2003), trad. it. di Lisa Scarpa, Leggere il tempo nello spazio. Saggi di storia e geopolitica, Mondadori, Milano 2009, pp. 164-167: 167.

[7] A tal proposito è importante ricordare il lavoro svolto dal gruppo di ricerca “Kakanien revisited” che si occupa di studi interdisciplinari e dei legami, delle connessioni e interconnessioni che sussistono in ambito centro-orientale europeo, centrale e nell’area balcanica con il fine di trovare e percorrere «den dritten Weg», «la terza via», come si esprime Clemens Ruthner (Clemens Ruthner, Die ambivalente Aufgabe des Mythologen. Il mito asburgico nach einem halben Jahrhundert ‚generationeller‘ Lektüre, in Il mito asburgico e le conseguenze. Per l’ottantesimo compleanno di Claudio Magris germanista, a cura di Maria Carolina Foi – Maurizio Pirro – Marco Rispoli, «Prospero. Rivista di letterature e culture straniere», 24 – 2019, pp. 29-38: 35), per provare a porsi in maniera differente rispetto all’ambivalenza che l’eredità imperiale assume tanto nella questione del “mitteleuropäische[s] Wesen” quanto per le nuove ricerche. In un recente articolo Wolfgang Müller-Funk ricostruisce il lavoro portato avanti dalla rete “Kakanien revisited”. Essa si costituisce attraverso una serie di progetti, una collana di libri e un network, che attraverso le proprie ricerche tenta di esplorare una terza prospettiva nell’analisi dell’“imploso” Impero asburgico, polarizzata invece su due opposte narrazioni che vedono contrapporsi una narrativa di stampo nazionalistico che ritiene l’impero «peoples’ prison», legando questa all’idea di uno stato oppressore e soppressore, e la visione nostalgica nei confronti della «wise Habsburg Dynasty and its mythical old Emperor» (Wolfgang Müller-Funk, From Habsburg Myth to Kakanien Revisited, in World Literature and the Postcolonial, ed. by Elke Sturm-Trigonakis, J.B. Metzler, Berlin 2020, pp. 49-68: 50). Proprio a partire dalla forte esigenza di percorrere nuovi itinerari di conoscenza, comprensione e critica, i vari gruppi di ricerca hanno assunto dal punto di vista metodologico parole chiave derivanti dagli studi culturali anglo-sassoni, terminologia e concetti rivelatisi altamente interessanti e fruttuosi ai fini di una rideterminazione del recente passato. Rilevanti soprattutto gli studi riguardanti l’intreccio tra letture post-coloniali e post-imperiali dell’Erbe asburgica, cfr. i volumi della collana Kultur-Herrschaft-Differenz, Francke, Tübingen 2002 e sg.; Kakanien revisited. Das Fremde und das Eigene (in) der österreichisch-ungarischen Monarchie, hrsg. v. Wolfgang Müller-Funk – Peter Plener – Clemens Ruthner, Francke, Tübingen 2002; Wolfgang Müller-Funk, Komplex Österreich. Fragmente zu einer Geschichte der modernen österreichischen Literatur, Sonderzahl, Wien 2009. Doveroso è ricordare inoltre il fondamentale lavoro svolto dal Doktoratskolleg Galizien: nel novembre 2006 venne istituito il dottorato “Das österreichische Galizien und sein multikulturelles Erbe” presso la Facoltà di Studi Storici e Culturali e la Facoltà di Studi Filologici e Culturali dell’Università di Vienna che propose un approccio differente alla ricerca sul fenomeno multiculturale galiziano superando dal punto di visto metodologico la divisione disciplinare e nazionale alla materia trattata.

[8] «Il “testo galiziano” si è prodotto narrativamente e di conseguenza culturalmente nel corso di circa due secoli e uno dei suoi momenti “fondamentali” è stato il periodo di quasi cento anni e mezzo di appartenenza della Galizia alla monarchia asburgica. Una delle caratteristiche più importanti del “testo galiziano” è sempre stata la sua polifonia, poiché lo spazio culturale della Galizia è stato plurilingue fin dal principio» (Larissa Cybenko,“Galizischer Text“. Mehrsprachigkeit in der vielsprachigen gemeinsamen Erzählung eines Raumes, Habilitationsschrift zur Erlangung der venia docendi für das Fach “Vergleichende Literaturwissenschaft” an der Philologisch-Kulturwissenschaftlichen Fakultät der Universität Wien, Wien 2014, p. 37). Ove non altrimenti specificato, le traduzioni sono a cura dell’autrice.

[9] Cfr. Larissa Cybenko, Galizischer Text. Mehrdimensionalität in der vielsprachigen gemeinsamen Erzählung eines Raumes, V&R unipress, Göttingen 2022. Per quanto riguarda l’espressione “testo galiziano“ Cybenko si rifà esplicitamente al “Peterburgskij tekst” di Vladimir Toporov come modello culturale dotato di una sua unità semantica. Cfr. Vladimir Toporov, Peterburgskij tekst: ego genezis i struktura, ego mastera (2003), trad. it. di Tania Triberio, Il testo pietroburghese: genesi, struttura, maestri, in «eSamizdat», XIII (2020), pp. 434-441.

[10] Magdalena Baran-Szołtys, Galizien als Archiv. Reisen im postgalizischen Raum in der Gegenwartsliteratur, V&R unipress, Göttingen 2021.

[11] Ivi, p. 16.

[12] Ivi, p. 17.

[13] Cfr. Wolfgang Müller-Funk, Die Kultur und ihre Narrative, Springer, Wien 2008; Larissa Cybenko, Ostgalizien als Natur-, Kultur- und Sozialraum der erzählten Welt von Soma Morgenstern, in Soma Morgenstern. Von Galizien ins amerikanische Exil, hrsg. v. Jacques Lajarrige, Franck&Timme, Berlin 2014, pp. 111-148.

[14] Cfr. Augustynowicz, Geschichte Ostmitteleuropas, cit.; Klemens Kaps, Ungleiche Entwicklung in Zentraleuropa. Galizien zwischen überregionaler Verflechtung und imperialer Politik (1772–1914), Böhlau, Vienna 2015; Pieter M. Judson, The Habsburg Empire. A New History (2016), trad. it. di Mario Mansuelli, L’impero asburgico. Una nuova storia, Keller, Rovereto 2021.

[15] Cfr. Michaela Wolf, Die vielsprachige Seele Kakaniens. Übersetzen und Dolmetschen in der Habsburgermonarchie von 1848 bis 1918, Böhlau, Wien 2012. Per quanto riguarda la questione della Mitteleuropa ebraica si vedano tra gli altri Michael Löwy, Rédemption et utopie. Le judaïsme libertaire en Europe centrale: une étude d’affinité élective (1986), trad. it. di David Bidussa, Redenzione e utopia. Figure della cultura ebraica mitteleuropea, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Claudia Sonino, Esilio, diaspora, terra promessa. Ebrei tedeschi verso Est, Bruno Mondadori, Milano 1998; Stella errante. Percorsi dell’ebraismo fra Est e Ovest, a cura di Guido Massino – Giulio Schiavoni, Il Mulino, Bologna 2000; Jüdische Identitäten in Mitteleuropa. Literarische Modelle der Identitätskonstrktion, hrsg. v. Armin A. Wallas – Primus-Heinz Kucher – Edgar Sallager – Johann Strutz, Niemeyer, Tübingen 2002; Enzo Traverso, Cosmopoli. Figure dell’esilio ebraico tedesco, Ombre corte, Verona 2004; Ebrei della Mitteleuropa. Identità ebraica e identità nazionali, a cura di Guido Massino – Giulio Schiavoni, Il Melangolo, Genova 2008; Lorella Bosco, Tra Babilonia e Gerusalemme. Scrittori ebreo-tedeschi e il “terzo spazio”, Bruno Mondadori, Milano 2014; Zwischen Orient und Europa. Orientalismus in der deutsch-jüdischen Kultur im 19. Und 20. Jahrhundert, hrsg. v. Chiara Adorisio – Lorella Bosco, Francke, Tübingen 2019. Si vedano inoltre i numerosi numeri della rivista «Ostjuden in Mitteleuropa» dedicati al tema dell’Institut für Jüdische Geschichte Österreichs.

[16] Cfr. Maria Kłańska, L’image de la Galicie pluriethnique dans la prose narrative de langue allemande, in «Revue germanique internationale», 1 (1994), pp. 193-208.

[17] Cfr. Maria Kłańska, Galizien in deutschsprachiger Literatur seit 1848, in «Studia Historica Slavo-Germanica», XII (1984), pp. 73-105.

[18] Baran-Szołtys, Galizien als Archiv, cit., p. 14.

[19] Tra gli altri è possibile ricordare, senza pretesa di esaustività, Karl Emil Franzos, Aus Halb-Asien. Land und Leute des östlichen Europa, Cotta, Stuttgart 1897; l’opera di Leopold von Sacher-Masoch Sascha und Saschka (in Id., Der kleine Adam. Sascha und Saschka, Spemann, Berlin-Stuttgart 1885) in cui, a partire dal racconto di due generazioni di una famiglia di sacerdoti di rito greco-ortodosso, l’autore dipinge la formazione dell’intellighenzia ucraina nella prima metà del diciannovesimo secolo e la raccolta Racconti di Galizia (Leopold von Sacher-Masoch, Galizische Geschichten. Novellen, 1881, trad it. di Giuseppe Dall’Ongaro, Racconti di Galizia, Edizioni dell’altana, Roma 1997) in cui l’autore coglie la realtà galiziana in molti dei suoi aspetti fondamentali, dagli avvenimenti storici alle dinamiche territoriali, in particolare quelle tra ruteni e polacchi; Martin Buber, Die Erzählungen der Chassidim (1949), trad. it. di Gabriella Bemporad, I racconti dei Chassidim, Garzanti, Milano 1979; Bruno Schulz, Sklepy cynamonowe (1933-1934), trad. it. di Anna Vivanti Salmon, Le botteghe color cannella. Tutti i racconti, i saggi e i disegni, Einaudi, Torino 1970; Soma Morgenstern, In einer anderen Zeit. Jugendjahre in Ostgalizien, zu Klampen, Lüneburg 1995; Alexander Granach, Da geht ein Mensch. Roman eines Lebens, Neuer Verlag, Stockholm 1945; Jòzef Wittlin, Mój Lwów, Biblioteka Polska, New York 1946; trad. ted. di Klaus Staemmler Mein Lemberg, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1994; Manès Sperber, All das Vergangene. Die Wasserträger Gottes, Bd. I, Europa Verlag, Wien 1974.

[20] Il riferimento esplicito è ovviamente ai Reisebilder di Heinrich Heine i quali, oltre ad inserirsi nella ben nota tradizione della letteratura di viaggio tedesca intesa come viaggio della scoperta del sé e come Bildung, andranno a costituirsi come concetto e punto di riferimento per una nuova tradizione letteraria portando il Feuilleton e il Reisebericht a formare uno nuovo genere d’espressione d’arte (Heinrich Heine, Reisebilder, 4 Bde., Hoffmann und Campe, Hamburg 1826-1831).

[21] Joseph Roth, Werke. Das journalistische Werk 1924-1928, Bd. II, hrsg. v. Klaus Westermann, Kiepenheuer & Witsch, Köln 1989-1991, pp. 281-292.

[22] «Tre margini della carta intestata sono pieni di caricature insolitamente giocose; con tratti di penna infantili Roth disegna se stesso nel vagone del treno, disegna la stazione ferroviaria di Leopoli, poi Paula, con le braccia spalancate per abbracciarlo, etichettata: “Paula lo abbraccia”; poi Frau von Szajnocha con la mano tesa, la tavola imbandita, gli zii e le zie, i cugini e gli amici che intende vedere – il tutto con didascalie esplicative. In basso disegna se stesso, impettito, Friedl in un grazioso costume con i capelli ricci e infine un grande cartello di benvenuto con un ravanello. Come firma disegna in ricordo dei vecchi tempi l’abbreviazione del suo vezzeggiativo yiddish /”Mu”/». David Bronsen, Joseph Roth, Eine Biographie, Kiepenheuer & Witsch, Köln 1974, p. 161.

[23] Cfr. ivi, p. 162.

[24] Un lungo capitolo di Estetica e romanzo è dedicato al tema del cronotopo e costituisce una indagine a sé stante risalente al 1937-1938, completata con delle osservazioni nel 1973, dal titolo Le forme del tempo e del cronotopo nel romanzo. Saggi di poetica storica. Cfr. Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Einaudi, Milano 1975, pp. 231-405.

[25] Alfred Döblin, Reise in Polen (1926), trad. it. di Hens Fischer – Carla Vernaschi, Viaggio in Polonia, Bollati Boringhieri, Torino 1994.

[26] Walter Muschg scrisse a tal proposito nella postfazione all’edizione del 1968 del volume «Döblin voleva sapere cosa stesse succedendo in Polonia, voleva conoscere le condizioni politiche e sociali del Paese, la posizione delle minoranze etniche tra loro e nello Stato nel suo complesso, voleva sapere quali forze governavano ufficialmente e quali ufficiosamente. Il fatto che il suo viaggio polacco abbia una componente politica è palese […]». Walter Muschg, Nachwort des Herausgebers, in Alfred Döblin, Reise in Polen, Walter Verlag, Olten und Freiburg in Breisgau 1968, pp. 336-360: 350.

[27] Le motivazioni, infatti, oltre ad essere di natura politica erano anche personali e riguardavano questioni di carattere identitario provenendo lui stesso da una famiglia di ebrei assimilati, trasferitisi dai territori polacchi in Germania. Cfr. Larissa Cybenko, Das Galizien der Zwischenkriegszeit in den literarischen Reisebeschreibungen von Joseph Roth und Alfred Döblin, in «Der literarische Zaunkönig», 2 (2013), pp. 28-40: 33.

[28] Ibidem. Si veda inoltre Burkhard Peschke, Alfred Döblin und seine Reise nach Polen, «Anuario de estudios filológicos», 4 (1981), pp. 197-212.

[29] Alfred Döblin, Schicksalsreise. Bericht und Bekenntnis, Knecht, Frankfurt a.M. 1949, p. 164.

[30] In particolare nel capitolo dedicato alla città di Lemberg, con sguardo acuto Döblin ripercorre le dinamiche e le relazioni tra il popolo polacco e il popolo ruteno e analizza quelle che sono state le cause scatenanti del conflitto. In relazione al ruolo assunto dalla componente ebraica della città, scrive: «Il pogrom di Leopoli è stato accompagnato dall’uccisione di circa settanta ebrei, dal saccheggio e dall’incendio di numerose case ebree. Gli ebrei non erano un fazione politica belligerante, non interferivano nel dibattito ucraino-polacco. Sostengono che qualunque esito li avrebbe presumibilmente messi in difficoltà». Döblin, Reise in Polen, cit., pp. 199-200.

[31] Ivi, p. 192.

[32] Cfr. Cybenko, Das Galizien der Zwischenkriegszeit, cit., p. 30.

[33] Joseph Roth, Viaggio ai confini dell’impero, Passigli, Bagno a Ripoli 2017, p. 22.

[34] Döblin, Reise in Polen, cit., pp. 190-191.

[35] Cfr. «Così era fin quando regnava l’imperatore Francesco Giuseppe, e così è ancora oggi. Le uniformi, le aquile, i distintivi sono cambiati. Le cose essenziali però non mutano». Roth, Viaggio ai confini dell’impero, cit., p. 15.

[36] Ivi, p. 30.

[37] Ivi, p. 13.

[38] Cybenko, Das Galizien der Zwischenkriegszeit, cit., p. 34.

[39] Döblin, Reise in Polen, cit., p. 193. Cfr. Paul R. Magocsi, A History of Ukraine, University of Toronto Press, Toronto 1996; Augustynowicz, Geschichte Ostmitteleuropas, cit., pp. 68-75.

[40] Döblin, Reise in Polen, cit., p. 212.

[41] Massimiliano De Villa, “Lo splendore triste dei denigrati”: il Viaggio in Galizia di Joseph Roth, in Il “mito asburgico” e le conseguenze, Il mito asburgico e le conseguenze. Per l’ottantesimo compleanno di Claudio Magris Germanista, cit., pp. 151-168: 159-160.

[42] Roth, Viaggio ai confini dell’impero, cit., pp. 24-27.

[43] Döblin, Reise in Polen, cit., p. 205.

[44] Ivi, p. 216. A tal proposito, Cybenko scrive: «Ciò ha un notevole impatto perché sono proprio le figure dei conti polacchi del periodo asburgico che spesso si fanno portavoce di Roth per la sua trasfigurazione del passato monarchico». Cybenko, Das Galizien der Zwischenkriegszeit, cit., p. 39.

[45] Döblin, Reise in Polen, cit., p. 217.

[46] Cfr. Jacques Le Rider, La Mitteleuropa (1994), trad. it. di Maria Cristina Marinelli, Mitteleuropa. Storia di un mito, Il Mulino, Bologna 1995, pp. 101-105.

[47] William Johnston, Dall’autorità all’assurdità attraverso la scurrilità: il calvario dell’uomo mitteleuropeo nel XX secolo, in Mitteleuropa. Storiografia e scrittura, a cura di Maria Enrica D’Agostini – Marino Freschi – Gertrude Kothanek, Pironti, Napoli 1987, pp. 45-59: 47.


 

Ultimo aggiornamento 30 Maggio 2024 a cura di Redazione IISG