Per Fabrizio Cambi

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Alcune circostanze favorevoli e casuali mi hanno portato, nel tempo, a ricoprire due incarichi che Fabrizio Cambi ha onorato prima e assai meglio di me a Trento e all’Istituto Italiano di Studi Germanici.

Alcune circostanze favorevoli e casuali mi hanno portato, nel tempo, a ricoprire due incarichi che Fabrizio Cambi ha onorato prima e assai meglio di me a Trento e all’Istituto Italiano di Studi Germanici. So dunque bene quanto il suo passaggio sia ricordato da tutti coloro che gli furono colleghi e amici, con calore, nostalgia e, adesso, con rimpianto. La malinconia è la misura dei legami.

Come provano le tante dimostrazioni di affetto di questi giorni, Fabrizio è stato parte della vita di molti di noi ed è ora, allo stesso modo, parte della nostra memoria. Ma è una memoria difficile da circoscrivere perché la sua vita e il suo carattere, come capita alle persone fuori dall’ordinario, si componevano di una quantità straordinaria di aspetti diversi. È giusto, per esempio, ricordare la sua pacatezza, la sua pazienza, la sua riservatezza, ma Fabrizio Cambi era anche rigoroso, tenace come solo un maratoneta sa essere e persino severo quando occorreva. Possedeva una signorilità naturale, ma era anche di una semplicità disarmante e aveva convinzioni salde, ma aveva imparato da Musil il valore del dubbio, l’importanza di mettersi sempre in discussione: una qualità a dir poco rara fra gli intellettuali e ancor più rara fra gli accademici. Sono convinto che proprio il precoce studio di Musil sia stato determinante anche per tutte le sue ricerche.

Fabrizio CambiFabrizio ha coltivato molte passioni, ma ha sempre rivolto la sua attenzione alla grande linea umanistica e illuminista della letteratura tedesca. Non per nulla, pur essendo la letteratura del Novecento il suo oggetto di maggiore interesse, ha dato prove straordinarie nello studio di due giganti del Settecento, Winckelmann e Jean Paul, tanto che per i suoi lavori gli era stata conferita nel 2015 la Winckelmann-Medaille della città di Stendal. Lo attiravano la chiarezza rigorosa del razionalismo illuminista non meno della sua ironica arguzia. Del resto lui stesso possedeva quella medesima chiarezza e ironia: credo che tutti ricordino il modo in cui il suo sguardo si faceva acuto e brillante quando scherzava con intelligenza, non di rado su sé stesso. Non è un caso che l’ironia sia la cifra che unisce molti degli autori di cui si è occupato e soprattutto i due in cui, forse, si è più rispecchiato: Thomas Mann e Heinrich Heine. A Mann Fabrizio Cambi ha dedicato, oltre che molti studi e traduzioni, uno dei suoi lavori più importanti: la prima edizione commentata al mondo della tetralogia del Giuseppe e i suoi fratelli. A Heine ha dedicato invece i suoi ultimi anni. La traduzione integrale di Atta Troll, uscita alla fine del 2020, doveva essere il primo di una serie di volumi dedicati alla poesia di Heine. Ma Thomas Mann e Heinrich Heine erano per lui anche e forse soprattutto due modelli di intellettuale. Lo disse nel corso della splendida lectio magistralis che aveva intitolato Per una storia rapsodica dell’intellettuale moderno e che è una formidabile chiave per comprendere tutto il suo lavoro. Essere un intellettuale significava per Fabrizio Cambi usare gli strumenti della poesia o di una cultura superiore per «affacciarsi, pronunciarsi di fronte a una collettività producendo un pensiero critico che sia esprimibile, comunicabile, reso pubblico e messo a disposizione». Questo, in molti modi, ha fatto anche lui.

Lo ha fatto, ad esempio, occupandosi per tutta la vita della letteratura della DDR – di cui è stato uno dei massimi specialisti – e soprattutto dell’amato Christoph Hein di cui aveva tradotto, benissimo, i due romanzi più importanti L’amico estraneo e La fine di Horn e di cui era amico. È vero che lo legavano a quella Germania, come lui stesso amava dire, gli studi giovanili e i ricordi dell’età in cui le esperienze sono più profonde. Ma i suoi studi e le sue traduzioni non hanno mai avuto nulla di personale. Avevano lo scopo di ricordare che quel mondo c’era stato e che quella storia interrotta dai rivolgimenti di un’epoca, che non avrebbe mai conosciuto un seguito, poteva essere intellettualmente continuata e rivelata – proprio come avrebbe pensato Benjamin – nelle potenzialità che non avevano mai preso forma. Qualcosa del genere deve avergli ispirato anche il progetto di doppia laurea con l’Università di Dresda che aveva creato a Trento e che ancora è uno dei fiori all’occhiello della Facoltà e del Dipartimento di Lettere e filosofia di cui è stato prima preside e poi direttore. Era come restituire attualità a un’utopia del passato, dargli una forma nell’unico modo possibile. Se non fosse davvero troppo azzardato mi verrebbe da dire che la DDR è stata per lui quello che la Cacania era stata per Musil: un ricordo e un’utopia un po’ traballante, da guardare con nostalgia e, insieme, un sano scetticismo.

Ma un intellettuale impegnato Fabrizio Cambi lo è stato anche nelle molte imprese che ha affrontato e in due, se mi è permesso dirlo, sopra tutte le altre: la creazione dell’Osservatorio critico della germanistica e la presidenza dell’Istituto Italiano di Studi Germanici. L’Osservatorio è ancora oggi, più di 20 anni dopo la sua nascita, il più utile e vitale strumento di divulgazione e critica della germanistica. Fabrizio lo presentò a Alessandro Costazza, a Alessandro Fambrini e a me una sera, a Trento, come un’idea che coltivava da qualche tempo. Io ero un po’ sorpreso di essere stato interpellato, perché non lavoravo a Trento e non lo vedevo come un mio pari, ma come un maestro. Soprattutto mi chiedevo quello che ancora parecchi, probabilmente, si chiedono: cioè come avremmo potuto essere compatibili io e lui, viste le evidenti differenze di carattere e spirito di tolleranza. Lui era convinto che anche nel saggio meno condivisibile ci fosse comunque, sempre, almeno un aspetto o un’idea importante. È vero: questo l’ho imparato quella sera da lui e non l’ho più dimenticato.

La presidenza di Studi Germanici è stata, invece, la sua ultima utopia. Arrivò all’Istituto dopo anni difficili e con il rigore e la severità di cui si è detto operò subito profonde trasformazioni. Di sicuro è stato il primo a dare all’Istituto il volto di un vero ente di ricerca e ha svolto un ruolo di mediazione, in quegli anni, di altissimo livello. Quella è stata però anche la sua ultima impresa di attiva politica intellettuale perché le difficoltà e il reale vincono, alla fine, tutti gli utopisti.

Dopo di allora Fabrizio Cambi ha seguitato a pensare, a scrivere e anche a insegnare, benché avesse deciso di lasciare l’università molto prima del tempo. Diede forma a un’altra utopia, quella della corsa di fondo, che ha sempre praticato ad alti livelli. Anche in quel campo non poteva accontentarsi di correre e diventò presidente di una società sportiva che fino all’ultimo gli è rimasta vicina con profondo affetto. La terra è cara ai piedi del maratoneta. Ti sia ora lieve, Fabrizio.

Luca Crescenzi